I mercati di Catania: tradizione e folklore

 

  di Nicola Gagliano

 

 

 

 

  C’è solo un fenomeno che sembra non subire gli attacchi della sempre crescente gigantizzazione della vendita al dettaglio fatta di super centri commerciali: quello del mercato cittadino, comunemente definito “fiera”, che da decenni trova posto nel pieno centro di Catania assieme ad un nutrito seguito di mercati rionali che si susseguono da una parte all’altra della città durante la settimana, senza trascurare un altro importante pezzo come la Pescheria, che è sede da sempre dei più incalliti ed esigenti consumatori di pesce.

  Il mercato è uno di quei posti dove la gente ritrova una dimensione molto più umana nello scegliere e confrontare i vari articoli. Non come in un negozio dove la merce è esposta freddamente e con un valore definito e insindacabile, ma piuttosto come un luogo dove addirittura è possibile la mediazione del prezzo da chi propone a chi acquista. Chiaro che i mercati in questione hanno una forte connotazione turistica: tutte le guide, più o meno autorevoli, propongono di fare un giro nei mercati della città, sia per acquistare, ma soprattutto per vedere come si svolge la vita all’interno degli stessi. Infatti in questo senso il mercato assume anche un aspetto legato al folklore della città, basti pensare alla maniera in cui i venditori usino tutte le più svariate espressioni vocali e mimiche per pubblicizzare i prodotti in vendita, testimonianza abbastanza visibile dell’ascendenza araba sulla Sicilia.

  Tuttavia queste peculiarità vengono messe a rischio dalla sempre crescente presenza di una folta comunità internazionale, cinese per lo più, che si sta impadronendo in maniera sempre più massiccia di tutti gli spazi cruciali dei mercati cittadini, approfittando anche di una disponibilità economica maggiore considerato anche l’elevato prezzo da pagare per potersi accapparrare un’area all’interno di un mercato centralissimo come quello di Piazza Carlo Alberto, spesso proibitiva per un singolo venditore con un budget di spesa nella media. Questo costringe la concorrenza meno abbiente a deviare su mercati più periferici e quindi più appetibili e non consente un adeguato ricambio rispetto a coloro che cedono la propria area espositiva a vantaggio di qualcun altro.

   Naturalmente non vi è questione di fare diversificazioni tra popoli di etnie diverse: in fondo ognuno è libero di accedere a ciascun tipo di opportunità nel rispetto delle principali norme etiche, residente o immigrato che sia. Però si corre il serio rischio di vedere un pezzo di storia della nostra città cedere il passo e perdere la propria connotazione originaria che ne ha fatto negli anni una meta turistica e che proprio negli ultimi anni ha riavvicinato attorno a sé tutta una serie di strutture ricettive che prima non c’erano e che oggi, invece, generano un rinnovato flusso di visitatori occasionali che, uniti ai residenti e ai frequentatori storici, aumentano la fruizione di luoghi che, nonostante il nuovo che avanza, non danno segni di cedimento e anzi continuano a svolgere un’importante missione nel tessuto economico di una città.

  Insomma, considerato che molto di quello che viene pubblicizzato riguardo alla Sicilia ha radici profonde nel folklore e nelle tradizioni antiche, disperdere un simile patrimonio sarebbe davvero un errore imperdonabile.

 

Redazionale di Un Ospite a Catania